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Messi all'indice nel 1200: per battezzarsi devono nascere lontano dal paese natio (Chiesa e modernità!)

"Nel Duecento la nostra famiglia fu messa all'indice. Per avere il battesimo dobbiamo nascere lontano da casa"
PIERANGELO SAPEGNO (la stampa)
ROMA

Don Gianmario è lì che li aspetta tutti, sui gradoni del sagrato di Pecetto, sulle colline torinesi. E’ lì con il Vangelo e l’acqua benedetta, gli occhiali che gli scivolano sul naso, sotto al campanile che incombe e davanti al portone chiuso della Chiesa. E’ la domenica del battesimo.

Ma non è un battesimo proprio uguale agli altri. Davide adesso è ancora ai piedi della scalinata, in braccio a papà Paolo, con i suoi pochi giorni di vita e i suoi secoli di storia, mischiati insieme fra la luce e il buio, il peccato e la fede, la colpa e il merito. Quando l’avrà benedetto, dice don Negro ai due bambini che l’ascoltano con la testa obliqua e le mani in tasca, «voi aprirete la porta e ci farete entrare. Basterà una piccola spinta».
«Davide potrà entrare solo perché è nato lontano da qui - raccontano i suoi parenti -, sono le assurdità della Storia». Don Gianmario si gira e a un suo gesto la famiglia comincia a salire, il papà, la mamma, i padrini, i nonni, la sorellina, i cugini, gli zii, i nipoti. Sono 52. Si chiamano tutti Bosso, come nello stemma di famiglia, come il legno più duro che ci sia, scomunicati «ab aeternum» da Papa Gregorio IX (anche se la Chiesa dice che la scomunica non esiste più), il primo gennaio del 1233, «compresi tutti i successori maschi, empi e sacrileghi nativi fra le case di Pecetto».

Davide è l’ultimo discendente, nato da poche settimane e già «empio e sacrilego» come può esserlo un bambino senza peccato che non sia quello originale. Appena sarà benedetto, «in luogo adattato appositamente e non prima del sorgere, né dopo il tramontare del Sole», come recitava l’antico dispositivo della Chiesa torinese del 1571, potranno aprirsi le porte e cominciare il battesimo. Solo allora, anche a un bimbo sarà permesso d’ascoltare la parola di Cristo.
Fra l’anacronismo del rito e l’incredibile suggello della Storia, si consuma anche il più arcaico dei sacramenti. Non c’è niente di più strano da vedere. Da sempre i Bosso, «per aggirare il divieto, fanno nascere i loro figli al di fuori del territorio di Pecetto», spiega nonno Michele, 79 anni, una vita fra le carte di famiglia, la casa a Porto Venere e i ciliegi di queste colline. «Così evitavano l’attuazione e l’esecuzione della scomunica». Anche oggi i Bosso continuano a vivere arroccati in questa convinzione, come appesi a una maledizione che forse non esiste più e pure con Davide hanno aggirato il divieto facendolo nascere a Segrate.
Don Gianmario dice di non aver mai visto le carte antiche, ma di aver saputo della scomunica eterna dai concittadini. «Non è mai stata revocata, per farlo ci vogliono procedure lunghe ed antiche - spiega -. Ma ormai siamo tutti figli del Concilio Vaticano II, la Chiesa certe cose le ha superate».

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Risposte a questa discussione

Mah.... No comment!

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Perchè se nasce fuori dal paese non è scomunicato?

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In effetti... è poco comprensibile (solo questo????)...
Me lo son chiesto pure io... mah...

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Il potere della scomunica è diviso per celle.... se si salta cella la scomunica non "prende" (più o meno come con i cellulari...)

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Che cavolata.....qualcuno ne sa qualcosa in più???

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Si tratta di una reinterpretazione tardo medioevale del termine "scomunica"...il termine "scomunica" significava in origine l'esclusione dai sacramenti della chiesa, il non partecipare alla "comunione" dei sacramenti e in senso lato "alla comunità della chiesa".In seguito si intese per "comunità della chiesa" anche la "comunità" delle cittadine (le celle di cui parlava Luigino): in pratica la scomunica assomigliava in tal senso alla "messa al bando".All'epoca era inpensabile che uno scomunicato a Montella uscisse dalla zona per ovvi motivi: arrivare ad Avellino era un pò come oggi andare a Tokyo (in genere si nasceva e si moriva nello stesso luogo non abbandonandolo mai).La scomunica in tal senso era "aggirabile" fuori dalla comunità.Nessuno si è mai curato di specificare come al giorno d'oggi si debba reinterpretare la "scomunica" nel senso in cui l'ho spiegata, l'unica strada per togliere una scomunica papale resta l'appello all'uffizio seguendo le procedure di riammissione alla comunità cristiana fissate nella bolla del 1233 e da allora rimaste sostanzialmente invariate.

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A parte la modernità degli riferimenti legislativi, la domanda è : ma che cavolo gli frega a questi di essere scomunicati?
E soprettutto, cosa avrà fatto sto Bosso per avere cotanto trattamento?

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Gigi, grazie della spiegazione!!!

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Veramente la spiegazione l'ha data Adamo...

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Più o meno un Bagnoli vs Montella del 1200...
"Era il 15 gennaio 1224 quando alcuni cittadini fondarono la «villa di Pezetus»: fra questi c’erano quattro Bosso. Uno di loro si chiamava Guglielmo. Qualche anno dopo, il 27 dicembre del 1232, suo figlio Obertinus fu chiamato assieme a Oddino da Ugone del Carretto, il podestà di Chieri, per punire gli abitanti del Comune di Testona che avevano bruciato alcuni vigneti di Pecetto. Oddino e Obertinus, nominati primi cavalieri, esagerarono un po’: oltre alle punizioni, dopo aver reso la pariglia e distrutto la quota spettante e qualcosa di più fra campi e vigne, bruciarono pure il campanile, e si portarono via due campane, tutti i libri, i paramenti e i vasi sacri. Intervenne la Chiesa. Va bene bruciare le vigne e distruggere i campi, ma niente campanili: contro gli autori dell’atto sacrilego, il Vicario papale della diocesi torinese, Giacomo Romanisio, inflisse la sentenza di scomunica. Pochi giorni dopo, il primo gennaio del 1233, la scomunica fu confermata da papa Gregorio IX ed estesa a tutti i discendenti maschi «empi e sacrileghi», originari o nativi in Pecetto."

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Fichissimo...

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